27 Feb CAMPI FLEGREI, LA TERRA ARDENTE. DA 5 CONTINENTS EDITIONS, CON TECNOSTAMPA LORETO.
Presentata nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei e Castello di Baia a Bacoli – con inaugurazione il 20 novembre 2025 e proroga fino al 3 maggio 2026 – la mostra raccoglie 25 fotografie realizzate da Spina tra il 2020 e il 2025, frutto di una ricerca sul campo iniziata ben prima dell’allestimento espositivo.
Il nucleo interpretativo di Spina non è solo documentare resti antichi o vedute panoramiche, ma comprendere il tessuto stratificato dei Campi Flegrei: dove il passato archeologico convive con la natura vulcanica e con le tracce della presenza umana moderna.
La fotografia come partitura visiva.
Gli scatti ritraggono luoghi iconici come la Piscina Mirabilis, l’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, il Teatro di Miseno, il Tempio di Apollo sul Lago d’Averno e i Templi di Venere e Diana, ma lo sguardo del fotografo non si limita alla loro bellezza storica.
Spina mostra come queste antichità siano parte di un paesaggio in cui naturale e artificiale, antico e recente, ordine e rovina si intrecciano. Strade, infrastrutture in disuso, edifici industriali abbandonati convivono con monumenti millenari, generando un ritmo visivo che l’artista interpreta come una sorta di partitura musicale fatta di contrasti e tensioni
La metafora del ritmo emerge anche nel commento di Fabio Pagano, direttore del Parco Archeologico dei Campi Flegrei: “Se il paesaggio fosse musica sarebbe jazz”. Questa idea suggerisce che l’ambiente flegreo non sia una collezione statica di rovine ma un insieme dinamico di armonie e dissonanze, dove ogni elemento – naturale o costruito – suona la sua nota.
Spina non cerca una bellezza idealizzata, ma una narrazione profonda del luogo: ogni immagine è un passo nel rapporto tra umanità e ambiente, tra la caducità della vita e la potenza implacabile della natura vulcanica.
Grotta della Dragonara.
Una grande cisterna idraulica scavata nel tufo, risalente all’età augustea (I secolo a.C. circa) e progettata per trattare o immagazzinare acqua. La struttura ha una pianta quadrangolare suddivisa in più navate da pilastri, con rivestimenti in cocciopesto (intonaco impermeabilizzante), ed era accessibile dall’alto tramite aperture nella volta a botte. Negli scatti di Luigi Spina, fotografo noto per la sua capacità di trasformare il paesaggio in esperienza quasi archeologica, la grotta non è soltanto un ambiente naturale: diventa architettura primordiale, spazio sacro, cavità che custodisce memoria.
Spina lavora spesso con una luce calibrata, che non invade ma accarezza. All’interno della Dragonara, la luce naturale filtra dall’ingresso e si frange sulle superfici irregolari: le pareti rocciose diventano tessiture, le ombre costruiscono profondità.
Il contrasto tra chiarore e oscurità restituisce alla grotta una dimensione quasi teatrale, come se fosse un palcoscenico scavato nella terra.
Teatro Romano di Miseno.
Luigi Spina descrive il Teatro Romano di Miseno attraverso una fotografia silenziosa, scultorea e meditativa, capace di trasformare il rudere archeologico in un luogo sospeso tra memoria e presente. La luce non è solo illuminazione, ma diventa strumento narrativo: scolpisce lo spazio come farebbe un regista teatrale con i fari di scena. Nelle sue immagini il teatro non appare solo come rovina, ma come corpo architettonico vivo.
Le gradinate, le aperture, le arcate diventano quasi membra, cavità, respiri. Attualmente vi si entra dall’ambulacro inferiore ad emiciclo coperto con volta a botte, scavato nel tufo e foderato in opus vittatum (tecnica edilizia romana nella quale il paramento del nucleo di cementizio della muratura è costituito da filari di laterizi alternati a filari di altri materiali); interrato circa per metà della sua altezza per effetto del bradisismo, esso presenta l’imbocco dei corridoi radiali con arco di laterizi, che conducevano ad un’altra galleria semicircolare più interna. In corrispondenza del tredicesimo corridoio si apre una galleria rettilinea, anche questa insabbiata per metà dell’altezza.
L’attenzione del visitatore è catturata dal piacevole rumore delle onde del mare che non si riescono a vedere dall’interno del teatro, ma si percepiscono perfettamente.
Oltre l’archeologia: tracce del presente
L’artista esplora anche la presenza contemporanea, documentando come l’occupazione urbana, le infrastrutture incompiute e gli spazi industriali abbandonati si intersechino con il patrimonio storico. Queste immagini raccontano una nuova “mappa” del territorio, fatta di residui del progresso che affiorano come nuove rovine accanto a quelle antiche.
In questo senso, Spina interpreta il Parco Archeologico non solo come area di studi storici, ma come ambiente vivente e trasformabile, dove passato e presente dialogano continuamente. La sua fotografia diventa così strumento di riflessione sul tempo, sulla memoria e sulle forme in cui l’uomo e la natura plasmano insieme il paesaggio.
Spina esplora il paesaggio come una sequenza di contrasti, in cui l’antico convive con l’abbandono, e la natura con l’intervento umano. Nelle immagini si alternano rovine classiche e infrastrutture recenti decadenti, nuovi “ruderi” del progresso che si sovrappongono a quelli della storia. Un paesaggio in costante trasformazione, segnato dal bradisismo, dall’instabilità geologica e da una continua tensione tra permanenza e cambiamento.
CAMPI FLEGREI
La terra ardente
Fotografie di Luigi Spina.
Testi di Fabio Pagano e Luigi Spina
Pagine: 220
140 illustrazioni a colori
Formato: 21,6 x 30,6 cm
Stampa: quadricromia
Confezione: cartonato cucito filo refe
Editore:
5 Continents Editions
Stampa:
Tecnostampa
Loreto (AN) Trevi (PG) Italia
